STORIA

(Da Il Ponte di Sacco - Mensile paesano).
Nell'arioso crepuscolo di un tramonto settembrino, contro il cielo di velluto si stagliano inquietanti gigantesche sagome d'acciaio che evocano mitologici mostri, fantasie infantili, perfino ancestrali paure. S'affacciano alla mente visioni fiabesche di draghi sputafuoco dagli occhi fiammeggianti. Ma  questi  mostri invece  del fuoco vomitano bitume, una delle tante materie prime della nostra grande e drammatica epoca.

Siamo alle "Melorie", sui  piazzali  della SLESA, sigla diventata sinonimo di mastodonti che spaccano, rivoltano, sgretolano, impastano, spalmano, levigano, insomma "civilizzano" la terra e la rendono al servizio dell'uomo."Il ferro è nel dna della stirpe dei Dal Canto", dice la signora Lorenza, consorte del titolare dell'azienda, Giorgio, moderno manager che guarda volentieri al passato come tutti gli uomini sensibili e illuminati e forse anche un po' romantici. "Non per nulla - aggiunge - a Ponsacco, dove una volta il soprannome andava alla grande, i Dal Canto furono chiamati, con un misto di stima e affetto, i 'Ferri'".

Ed è proprio col ferro che costoro dettero avvio, forse inconsapevolmente ad una attività imprenditoriale che ha portato la SLESA a primeggiare in un'ideale classifica nel comparto delle costruzioni di strade, piste, sistemi idraulici, acquedotti, fognature e via avanti di questo passo. I Dal Canto dunque hanno sempre avuto a che fare col ferro e la dimostrazione del teorema si focalizza oltre mezzo secolo fa, in un stagione cupa, tragica, densa di pericoli e di speranze, la stagione della guerra, del suo passaggio da Ponsacco. Nella grande casa dei Dal Canto, sulla via di Pontedera, come dicono i ponsacchini, i tedeschi istallarono un loro importante comando di zona con un gran via vai di ogni tipo di automezzi che facevano la spola con gli schieramenti di prima linea. Con i Dal Canto i tedeschi si comportarono abbastanza bene, anche perché non furono mai molestati e quando si ritirarono di la d'Arno, in un angolo del terreno attorno casa abbandonarono uno sgangherato autocarro, un "Lancia 3 Ro", fiore all'occhiello dell'industria dell'ing. Vincenzo Lancia, alla fine degli anni Trenta. Allontanatosi il fronte da Ponsacco, i Dal Canto tirarono fuori dai sicuri nascondigli le loro preziose macchine trebbiatrici, l'attempato trattore "Massey Harris" con l'avviamento a manovella, la trebbiatrice a vapore e si rimboccarono le maniche. Eugenio e Tosello, i due ingegnosi e attivissimi fratelli fecero ricorso ad ogni sorta di residuato bellico ferroso e avviarono un lavoro imperniato inizialmente sul recupero dei cavi d'acciaio. Per larga parte di quell'inquieto 1945 operarono in Garfagnana, dalle parti di Sillano e Vagli, da dove con il vecchio ma glorioso "Lancia 3 Ro" portavano a Milano ed in altre città del nord, carichi di legna da ardere, a quel tempo unica fonte di energia per i forni dei ristoranti, degli alberghi, delle pizzerie che avevano appena riaperto i battenti. Attraversavano il Po a Ostiglia su un tremolante ponte di barche, un automezzo alla volta, sfidando le bande dei briganti che infestavano le strade assaltando i disgraziati viaggiatori e seminando terrore e morte. Sulle montagne garfagnine i Dal Canto costruirono perfino delle teleferiche per agevolare il trasporto a valle dei materiali raccolti. L'exploit di questa azienda si determina però negli anni del "boom" economico quando è Alberto, il padre di Giorgio, ad assumere sempre più onerose responsabilità di gestione che tuttavia lo avrebbero adeguatamente gratificato.

L'azienda diventa SLESA SRL nel 1986 quando ormai dilaga nei grandi lavori di movimento terra, di costruzione di strade e piste: come quelle, fra le altre, dell'aeroporto di Pisa, un lavoro altamente impegnativo, "svolto sempre sotto il controllo pedante e rigoroso dei Comandanti dell'8° Reparto del Genio Campale di Ciampino". La SLESA costruisce anche l'acquedotto di Ponsacco, tutti i viadotti della superstrada "Fi-Pi-Li", un'infinità di lotti autostradali in ogni regione d'Italia, a Bolzano, Milano, Ascoli,  Catanzaro dove compie scassi poderosi di terreno, sbancamenti epocali e le macchine si moltiplicano, i capitali investiti diventano miliardari. Rulli compressori, trattori, escavatrici, pale, ruspe, finitrici (la macchina che spalma il bitume come marmellata), motor greeder, gru, e la flotta sempre in movimento della SLESA che sta per trasferirsi nella zona industriale di Ponsacco, sul viale Europa.

Ma come tutte le aziende che vantano una tradizione di prestigio e serietà professionale, anche la SLESA ha un asso nella manica, un factotum, una specie di "jolly" col compito di risolvere tutti quei multiformi piccoli e grandi problemi quotidiani scaturiti da un lavorìo infernale e solo apparentemente caotico. È Claudio Squarcini, un "Caterpillar'' cinquantenne da tiro e da trotto, sempre pronto e scattante, disponibile agli onori e agli oneri. Ma più a questi che a quelli. Lui di certo emerge fra la trentina di dipendenti per le sue innate doti, consolidate negli anni che lo hanno visto all'opera nel bene e nel male. Perché c'è stato anche il male in questa azienda. Macchine danneggiate per dispetto, furti, vandalismi, incendi dolosi. È lo scotto che sembra dover pagare chiunque raggiunga certi livelli che forse suscitano gelosie e invidie. Si è sempre saputo che più si è in vista, tanto più si è bersagliati dalla calunnia e dal malanimo. Ma per fortuna è anche vero che i ragli degli asini non salgono al cielo. Fausto Pettinelli Nell'anno 2002 l'azienda trasferisce la propria sede nella zona industriale di Ponsacco, in una nuova sede di 10.000 mq.

Nel marzo del 2005 Slesa Srl, cambia ragione sociale e diventa SLESA SpA